Augias e Antinucci, caccia alle streghe?

Ieri mi sono imbattuto in un gruppo su Facebook, intitolato “AUGIAS E ANTINUCCI ATTACCANO IL WEB 2.0. DIFFONDIAMO LA NOSTRA INDIGNAZIONE“, nel quale sono in molti a scagliarsi, senza risparmiare giudizi molto severi, contro quanto è stato detto nella trasmissione “Le storie. Diario italiano” del 23 ottobre 2009, nella quale Corrado Augias ha intervistato Francesco Antinucci sulle problematiche legate al Web 2.0, con particolare riferimento all’uso (e abuso) di Google e Wikipedia.

Io non ho visto l’intervista, ma mi è bastato collegarmi al sito Rai per assistervi in differita.

Dico subito che io non sono per niente d’accordo con molte delle feroci critiche che ha ricevuto l’intervista, comunque ecco le mie impressioni:

  1. Su Google sono state dette molte banalità ed anche alcune affermazioni molto più prossime allo slogan che alla realtà dei fatti, ma non possiamo sottovalutare lo “spirito divulgativo”, e la conseguente necessità di semplificare. In fondo sono in pochi a sapere cosa è davvero Google, tutti lo usano passivamente tutti i giorni. Non credo che la maggioranza degli spettatori di Augias sia esperta di Google, di indicizzazione e di algoritmi.
  2. La requisitoria pro-editori è discutibile, nel senso che su di essa ha senso discutere! E’ ovvio che “io mi fido di Laterza” è abbastanza ridicolo come assunto, anche perchè tende a sminuire l’apporto di tanti piccoli editori indipendenti e coraggiosi, che rispetto a Laterza hanno soltanto meno mezzi. Io stesso ho pubblicato il mio libro in maniera del tutto indipendente dai grandi editori.
  3. L’esempio dell’olocausto per cui – per esempio – con Google è possibile trovare anche articoli e documenti dei cosiddetti “negazionisti” affianco alle testimonianze dei reduci e dei prigionieri, è stato portato da Augias ed Antinucci come testimonianza degli aspetti degeneri del Web, mentre in realtà potrebbe essere anche letto come la prova della (eccessiva?) democraticità della rete, nella quale vi è tutto ed il suo contrario. Come sempre, sta a chi ne fruisce discernere quando i limiti del buon gusto (e/o del codice penale) siano stati superati.
  4. La problematica delle ricerche scolastiche agevolate (ma di vero aiuto si tratta?) da strumenti come Google e Wikipedia è reale e tangibile. A questo proposito vi anticipo che sto lavorando ad un’inchiesta, basata su un sondaggio, focalizzata sulle percezione (e quindi sull’utilizzo reale) degli strumenti come Wikipedia da parte dei giovani utenti del Web.
  5. Mi pare del tutto condivisibile l’affermazione secondo la quale sul Web i meno protetti dalle “fesserie” che vi si trovano sono coloro che hanno un livello culturale meno elevato, in quanto questi ultimi hanno di certo meno armi e strumenti per orientarsi tra il verosimile ed il vero. E c’è poco da fare, su argomento delicati come questo bisogna saper fare divulgazione senza sparate tendenziose ed inutili. Dire che la rete potrebbe essere la migliore palestra per esercitare i propri diritti di pensiero e parola è una cosa, affermare invece che tutto quel che è 2.0 è per definizione libertà e democrazia è tutt’altro!
  6. Sul ragionamento riguardante Wikipedia, sinceramente non ho riscontrato particolari pregiudizi o inesattezze, ma “solo” l’assenza di contraddittorio che in verità ha pervaso un po’ tutta l’intervista. Ma era un’intervista, non un dibattito. I dubbi sul modello adottato da Wikipedia ci stanno tutti, può piacere o no, e questo non ha nulla a che vedere con la libertà e la democrazia della rete, che erano, sono e saranno sempre un bene da salvaguardare.

Il sapere deve essere di tutti, ed il Web rappresenta la speranza di concretizzare questo auspicio in tempi ragionevoli, ma questo processo deve anche passare attraverso il riconoscimento e la valorizzazione della responsabilità di ciascuna persona, che conferisce valore e che si concretizza in due aspetti fondamentali:

  1. Responsabilità di firmare un articolo, una poesia, una canzone, un’opera dell’intelletto o della genialità;
  2. Responsabilità di riconoscere che su tanti argomenti c’è chi ne sa più di noi. Se da una parte si dice “tutti devono poter accedere alla conoscenza” vuol dire che non tutti ce l’hanno! Quindi ammettere che qualcuno ha più titolo di altri nell’affermare certe cose (e non mi sto certamente riferendo alle opinioni personali) è il fondamento della creazione di una seria base di conoscenza, e non la negazione della democrazia in rete.

In poche parole, fruire del sapere deve essere per tutti, costruire o raccogliere il sapere non potrà mai esserlo.

Inoltre, quel che mi rende perplesso è l’atteggiamento preconfezionato di tanti, troppi talebani del 2.0 che si sono ancora una volta rivelati incapaci di discutere e di accettare analisi e conclusioni diverse dalle loro, molto spesso basate su facili entusiasmi se non addirittura su sterili ideologie.

Quel che dovremmo ricordare tutti, è che gli utenti finali e le loro sacrosante esigenze vengono prima di ogni motivazione tecnica e ideologica. Il Web (1.0 o 2.0 non importa) è uno strumento e come tale può essere utilizzato in maniera virtuosa o meno!

E se soltanto ci si rendesse finalmente conto che anche sul 2.0 è possibile manipolare e influenzare pesantemente tutti quei processi facenti capo alla cosiddetta intelligenza collettiva, allora saremmo tutti molto più abituati ad usare il nostro personale intelletto nel giudicare quel che ci appare sul monitor.

Anche sul Web 2.0, anzi soprattutto sul Web 2.0, vince chi ragiona con la propria testa, la caccia alle streghe lasciamola a chi non ha argomenti e quindi ha bisogno di nemici.

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