Google censurato? Forse no.

La sentenza di un giudice italiano contro Google, e la conseguente condanna di tre suoi dirigenti per l’oramai stranota vicenda del video contenente violenze su un ragazzo ha fatto il giro del mondo, ed in molti l’hanno definita come il primo storico passo verso la censura del Web.

Si è mossa la politica e la diplomazia internazionale, i blogger si sono scatenati, i giornalisti non si sono lasciati sfuggire la notizia che è subito apparsa assai ghiotta, soprattutto in questo periodo in cui in tanti si scagliano contro le libertà del Web. Anche io, inizialmente, ho avuto un sussulto: ma come è possibile – ho pensato – che Google venga condannata per la presenza di un video dai contenuti violenti, come può essere ritenuta direttamente responsabile di quanto caricato dai suoi utenti? E’ come se – ho anche pensato – un gestore telefonico venisse ritenuto responsabile per l’uso criminoso che tanti malfattori fanno del telefono cellulare!

Però, forse, in questo caso non tutto è come sembra!

Innanzitutto, la cosa che mi ha fatto riflettere è la fonte delle notizie: da una parte c’è Google, dall’altra il giudice, e quest’ultimo non ha ancora depositato le motivazioni della sentenza, per cui non conosciamo il dettaglio delle ragioni che l’hanno spinto a condannare Google. Quindi – per adesso – a parlare (e a far parlare) c’è soltanto Google, cioè la parte direttamente in causa.

Cosa poteva dire Google? Che il giudice ha fatto bene? No, certamente no! E non lo ha fatto.

Quel che è certo è che il video era l’evidente testimonianza di un reato violento. Stiamo parlando – non dimentichiamolo – di un disabile molestato e pestato da un branco di imbecilli, che sono già stati giustamente condannati! In discussione c’era anche la responsabilità sul contenuto del video, ma i dirigenti di Google sono stati condannati per violazione della privacy e assolti per il reato di diffamazione. Quindi non sono stati considerati in nessun modo co-responsabili del contenuto.

Probabilmente ha pesato il fatto che il video era rimasto online per diverse settimane, nonostante le richieste di rimozione che erano pervenute da tanti singoli utenti disgustati ed anche da diverse associazioni per la tutela dei disabili; in questo periodo aveva “beneficiato” di molte visualizzazioni, il che si è tradotto in un vantaggio economico per Google. Non appena però si sono mosse le autorità, e non appena a Google è arrivata la richiesta di rimozione da parte della polizia italiana, ecco che il video è scomparso.

Forse la condanna è legata anche al ritardo con cui il “signor Google” ha rimosso il video. Forse se non avesse atteso l’intervento della polizia, ma si fosse attivato immediatamente rinunciando ad un po’ di profitto, le cose sarebbero andate diversamente. Solo quando potremo leggere le motivazioni della sentenza ne sapremo di più.

Intanto tutti si stanno affannando a difendere a spada tratta la libertà del Web e dei suoi utenti, senza farsi troppe domande e lasciandosi trasportare con troppa faciloneria dall’onda e dal pensiero dominante. E’ vero che dalle nostre parti si stanno moltiplicando i tentativi di “governare” la rete ed il suo popoli, ma forse stavolta si rischia di prendere tutti un grande abbaglio, forse stavolta non è in pericolo la libertà ed il suo legittimo esercizio.

In questo caso credo proprio che dovremmo mostrare tutti un po’ di lucidità in più quantomeno nella valutazione delle fonti; molti giornalisti – in Italia come negli USA – hanno commesso una leggerezza riportando come attendibili le dichiarazioni a senso unico del condannato, ed evitando accuratamente di considerare l’eventualità che il giudice possa avere avuto delle ragioni nel prendere una decisione così impopolare.

Tutto ciò non rende un buon servigio al Web, gridare sempre “al lupo, al lupo” genera equivoci e falsi miti e semina ignoranza; ed è proprio l’esistenza e la persistenza di tanta ignoranza riguardo al “media Web” a far nascere le paure su di esso e a minare profondamente le libertà degli individui che lo popolano e gli danno vita.

3 commenti.

  1. Anche tu affermi che “…i dirigenti… non sono stati considerati in nessun modo co-responsabili del contenuto.”

    E’ su questo che si deve continuare a lottare e fare giusta informazione perché, anche se la sentenza probabilmente dirà esattamente questo, i media tradizionali, i commentatori inesatti, diranno esattamente il contrario e cioè che GG è responsabile.
    D’altra parte proprio ieri il TG1 ha ripetuto più volte che Mills è stato assolto.

  2. Se la condanna è per violazione alla privacy, vuol dire che un briciolo di raziocinio è stato utilizzato. E per fortuna qualcuno ha la forza e la voglia di ribadire che i dati personali continuano ad avere un valore… quale valore? Lo decido io, ed io soltanto! Se voglio mi faccio vedere in ogni dove, con tutte le conseguenze del caso. Ma nello stesso modo, nessuno mi può obbligare ad essere ritratto in video e foto senza che io possa far nulla. La libertà d’espressione non c’entra un bel niente, nessuno intende limitarla almeno fino a quando qualcuno – in suo nome – non finisce con intaccare la mia!

  3. [...] ne avevo parlato in un altro mio post, nel quale rivendicavo il diritto di ciascuno di noi di decidere se e quando pubblicare sul Web [...]

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