La cosa che più mi stupisce è che in molti si stupiscano!
Eppure fa notizia – ne parlano diversi quotidiani anche qui in Italia – che l’enorme mole di informazioni personali condivise in maniera spensierata da milioni di utenti possa essere utilizzata da qualcuno a scopi non proprio edificanti.
La presunta notizia è la nascita di pleaserobme.com, una sorta di aggregatore in grado di comunicare ai suoi utenti chi ha appena lasciato la casa incustodita! Il principio è estremamente facile (si estraggono da fonti diverse informazioni sugli utenti), la cosa davvero strana è che soltanto adesso qualcuno abbia deciso di creare un’applicazione come questa, semplice ma provocatoria al tempo stesso.
Pensateci un attimo: ogni volta che io twitto ai miei “amici” cosa sto per fare, dove sto per andare e con chi sto per incontrarmi, in realtà sto anche comunicando se, e per quanto tempo, mi allontano da casa. Ed è abbastanza ovvio che si tratti di informazioni molto interessanti non solo per i destinatari “amici”, ma anche per tutti coloro che ambiscono ad intrufolarsi in appartamenti vuoti ed incustoditi.
E se a queste informazioni incrociamo tutte le altre (abitudini, frequentazioni, viaggi, fotografie di casa, posizione GPS in tempo reale) provenienti dai più svariati servizidi condivisione 2.0 (facebook, flickr, dopplr…), ci rendiamo facilmente conto di quanto valore continuino ad avere i nostri dati personali, e di come sia facile ricostruire la vita di molti di noi.
Chissà, con buona probabilità gli inventori di Facebook, Flickr o Twitter non avevano pensato ad implicazioni del genere, ma ragionarci su è compito di tutti coloro che utilizzano in maniera massiccia e contemporanea queste ed altre applicazioni. La possibilità di risucchiare e di rendere pubblici tanti piccoli dettagli può trasformarsi in un perverso puzzle fatto di tanti tasselli diversi che – messi assieme – riescono a generare un perfetto e per di più aggiornato diario di quel che ho fatto e di quello che sto per fare.
C’è ancora qualcuno – e non è il primo venuto – che afferma che la privacy è morta, ma davanti a fenomeni così difficilmente classificabili e a dinamiche così complesse come quelle che si generano in presenza di una gran mole di dati, informazioni e persone direttamente coinvolte nella loro gestione e condivisione, forse sarebbe bene riflettere prima di lasciarsi andare ad affermazioni tanto sbagliate, e potenzialmente tanto pericolose.








