L’intelligenza collettiva è una delle colonne del cosiddetto Web 2.0, ed ogni applicazione Web facente capo all’idea di social network in qualche modo ci si appoggia, concettualmente e praticamente.
E’ ben noto di cosa si tratti: una comunità di individui, ciascuno dei quali è in grado di svolgere azioni al suo interno, è in qualche maniera considerabile come un “organismo collettivo“, in grado di prendere decisioni e di eseguire compiti in maniera paragonabile, se non addirittura migliore, rispetto a quello che il singolo individuo potrebbe fare.
Sono molto frequenti i paragoni col mondo animale, nel quale sciami di api, banchi di pesciolini o comunità di milioni di formiche si comportano come se esistesse un’entità in gradi di dirigerne le azioni in maniera incredibilmente efficace, e con esiti impensabili in presenza di un solo animale.
Di qui l’assunto secondo il quale l’intelligenza collettiva è in grado di sovrintendere – con modalità ed effetti differenziati – la vita di qualsiasi comunità socialmente evoluta e numericamente molto estesa , anche se composta da esseri umani. E il Web è un esempio splendido di comunità vastissima e socialmente evoluta.
Peccato che un essere umano non sia poi tanto assimilabile ad una formica. Una formica, presa da sola sa fare ben poco e trova forza e utilità solo se affiancata da migliaia di altri individui; un uomo, da solo, può cambiare il mondo. A mio modo di pensare, questa niente affatto marginale differenza tra mondo animale e Web dovrebbe farci assumere un atteggiamento quanto meno guardingo nei confronti di idee che troppo spesso si trasformano in maniera acritica in ideologie, e che tendono ad appiattire uomini e donne che ogni giorno usano il Web su stereotipi facili ma fallaci.
E’ facile pensare che la moltitudine degli individui che si incontrano e che scambiano documenti, opinioni e idee aderiscano in maniera passiva ed indifferenziata ad una serie di dinamiche che si attivano per esempio su un social network. E’ facile, troppo facile trascurare l’apporto del singolo e la capacità dell’individuo di agire senza necessariamente tener conto del resto della comunità.
Ma forse più che di un’eccessiva semplificazione si tratta di qualcosa di più pericoloso e subdolo: se davvero passa l’idea che il singolo non ha un gran peso nell’economia di un social network, se si presume che una numerosa collettività abbia capacità decisionali superiori a quelle dell’individuo che ne fa parte, se si evidenzia a dismisura il concetto di condivisione e si irride quello di privacy, forse si sta in qualche modo cercando di frenare quel che più spaventa del Web, e cioè la possibilità per ogni suo “utente” di esprimere liberamente le proprie opinioni, di confrontarle con gli altri individui, di aggregarsi con chi ha idee simili.
Il Web ha in sè, come già evidenziato in tantissimi post precedenti, il seme della libertà individuale e la forza della partecipazione collettiva. Elementi che da soli rischiano di essere promesse non mantenute, ma che quando funzionano assieme possono davvero permettere a tutti di appropriarsi di strumenti quali i social network, senza che vengano del tutto svuotati di ogni significato e utilità.
E lo stesso Web 2.0 forse finirà di essere uno slogan fumoso e vuoto, e inizierà a rappresentare un valore per individui, comunità ed aziende.








